venerdì 19 febbraio 2010

Cercavo di partecipare ad un concorso, ma non riesco a non andare fuori tema.

Che la fotografia non renda possibile una vera e propria rappresentazione del movimento è un dato di fatto che non mi ha mai spaventata, le difficoltà che la cosa porta con sè sono direttamente proporzionali (in quanto ad importanza) alla mia totale consapevolezza che l'ingannevole impressionabilità dell'occhio umano abbia bisogno di un'arte simile per denunciare la propria inefficacia.
Non è importante la rappresentazione della rapidità del movimento, dato che essa può essere rievocata attraverso una sovraimpressione. Ed una sovraimpressione permette di soffermarsi sui vari stati del moto e di avere una visione chiara dell'essenza del dinamismo, permettendo di osservare con più calma ogni singolo stato del soggetto.
La volontà di rendere possibile la rappresentazione del movimento, però, è stata il punto di partenza di gran parte della ricerca relativa al campo delle avanguardie del '900, spesso il motore stesso della sperimentazione in campo artistico.
Ed è colpa del mio esasperato interesse per lo studio del movimento che ho imparato ad innamorarmi dei gesti.
Ho sempre avuto la foga di bruciare le tappe, di tralasciare le parti da me ritenute noiose, di leggere libri più pesanti di quanto potessi riuscire a sostenere, di cantare canzoni con note troppo alte rispetto alla mia estensione vocale. Avevo imparato che "se non uccide, fortifica".
Ma il problema principale è sempre stato (ed è tutt'ora) il fatto che io fossi costretta ad essere vittima di un sistema oligarchico corrotto quale l'istituzione scolastica italiana.
Pensandoci, mi sovvengono solo ricordi di infinite mattinate e pomeriggi seduta davanti ad un banco impuzzolito dal detersivo, aspettando di uscire, aspettando il pomeriggio, aspettando la pausa pranzo.
Molti non se ne rendono conto ma, in questi anni veloci quanto in realtà morti, in questi anni degli ultimi anni, vivono in un continuo aspettare una pausa dagli obblighi che si sono autoimposti nell'illusione di raggiungere un tenore di vita migliore, che non è costituito d'altro che da nuove autoimposizioni atte a mantenerlo o a migliorarlo ancora. Finche' non si ritrovano sotto terra e hanno speso tutta la vita ad aspettare pause pranzo.
Insomma, prendete un attimo in considerazione che mentre noi aspettiamo la pausa pranzo c'e' tutto un infinito che ci corre intorno, come se fossimo nel passaggio tra un formicaio e un pezzo di pane secco incustodito: il caos primordiale organizzato.
E, spostando lo sguardo un po' piu' lontano, un po' piu' grandangolarmente, ecco gli altri atomi nell'atmosfera, poi l'ozono, il resto dell'universo. E mentre aspetti la tua pausa pranzo, un'infinita' di mondi si formano attraverso il clinamen, un sacco di minuscole particelle per un attimo cambiano direzione e costituiscono un altro tutto, un infinito nell'infinito, un universo nell'universo; con le nane bianche, rosse e tutto quanto. E le implosioni, e le esplosioni e migliaia di nascite e di morti di cose, orgasmi.
Fecondazioni, contatti fluidi, mitocondri, unghie mangiate, buchi neri affamati, tramonti di altri soli.

Io, guardate, preferirei osservare ed aspettare la nascita di una stella piuttosto che una pausa pranzo.

Avviene tutto con rapidità, ma in realtà si tratta solamente di un'infinita attesa priva di obiettivi. Il fine è la fine dell'attesa, che porterà a qualcosa di nuovo, che porterà a nuove attese.

1 commento:

  1. Bellissimo post, e vero.
    Ma tu riesci a fare qualcosa tra una pausa pranzo e l'altra?

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