giovedì 15 luglio 2010

Campo di senape.

C'è questo giardino in cui c'è una stradina con i rovi che collega al bosco che collega al fiume e una volta c'era un campo di senape era alta più di me, non so se quanto te, credo che ti ci avrei portato, avresti guardato i fiori in faccia, senza bisogno di piegare le ginocchia, le api che se li scopavano, saresti stato un guardone di petali gialli sotto il sole di un maggio duemilasei in cui io avevo i capelli lunghissimi, lunghissimi.
Avresti avuto diciassette anni e saremmo stati magri come disadattati, vestiti di nero anche con quaranta gradi per mantenersi sempre abbastanza panc.
C'è questo giardino in cui c'è una stradina che abbiamo percorso graffiandoci con i rami secchi al buio completo succhiando ghiaccioli alla menta che facevano schifo avendo paura di tutti i rumori l'ultima notte che ti ho parlato e ti ho detto ciao, parto, ci vediamo tra sette giorni esatti e quel settimo giorno non è mai arrivato.
C'è questo campo di senape dove la senape non c'è più ed era troppo nero per vederci, non c'erano lune, torniamoci di giorno. e il sole del giorno dopo non è mai sorto.
C'è questo bosco in cui ho sprecato suoni per mantenere vive conversazioni che non avevano inizi ma solo infiniti tempi morti pieni di parole evaporate e di sorrisi al buio, che non hai saputo vedere e che non vedrai mai, di labbra ricoperte di rossetto e ciglia ricoperte di mascara che rimane sulle lenzuola della notte scorsa senza aver avuto nemmeno il tempo di asciugarsi,
che senso ha, dimmi,
dipingersi il viso per poi buttarsi nel buio, pettinarsi i capelli per poi strapparli,
per svegliarsi con addosso mille segni di notti che non hanno lasciato nessun segno.

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