sabato 26 marzo 2011

Mia madre, che non se ne parla mai.

A sedici anni mia madre naturale mi fece venire un esaurimento nervoso.

A mio nonno, quando avevo dieci anni, è venuto in mente di affittare di nuovo una casa ad Acciaroli ogni estate per far passare quindici giorni al mare alle sue due figlie con i rispettivi pargoli, come faceva quando ero piccola. E fin qui tutto okay.
Dai dieci ai sedici anni ci sono andata praticamente ogni estate, e dopo i primi quattro giorni volevo affogare al porto.
Un posto bellissimo, per carità, ci ho dato il primo bacio lì, il ragazzo era un po' meno bello, anche il suo nome era poco bello, ma insomma, bello.
Mia madre, per convincermi ad accompagnarla, mi comprava in tutti i modi possibili: offrendomi soldi, vestiti, possibilità di invitare amici eccetera.
L'ultimo anno fu tragico.
Ero partita senza soldi, dicendo che sarei andata solamente se fosse potuto venire anche il mio ragazzo. M'aveva detto Okay. Ero arrivata a Salerno con un viaggio di undici ore in pullman senza soldi senza cellulare senza musica senza cibo con tanta pipì da fare alle nove e mezza di sera.

Il giorno dopo partiamo per la casa al mare, ci accompagnano i nonni, mi danno cinquanta euro che metto da parte per la reflex che ancora non ho, mentre mia madre mi porta per negozi e tenta di convincermi a spendere e spendere come è solita fare. Credo che abbia paura che i soldi, a tenerlì lì, dopo un po' se ne scappino, non lo so. Infatti non ce ne ha. Quando arriviamo, non faccio nemmeno in tempo a realizzare che siamo scese dalla macchina che i nonni ci risalgono e se ne tornano a Salerno. Bloccata. La macchina se la sono portati via loro. Non ci sono autobus, non c'è nulla, non ci sono giovani tranne due sfigate perse con cui non so assolutamente di cosa discorrere. Non ascoltano musica, non leggono, non vivono, guardano i maschi.
Non è possibile andare a prendere il mio ragazzo che sarebbe arrivato alla stazione di Salerno, e mia mamma me l'ha fatta un'altra volta, stuck with her. E' una di quelle persone che certe cose le fa con tanta nonchalance che tu continui a cascarci. Perché quando te l'ha fatta una volta poi non ci credi che abbia il coraggio di riprovarci, credi che sia finita lì, come le malattie tipo il morbillo, gli orecchioni, e invece no. Mia madre è una fottuta influenza. Ma non si prende nemmeno la briga di modificarsi e potenziarsi come il suddetto virus, no, quando non te l'aspetti ti infetta di nuovo allo stesso modo.
Allora a me girano i coglioni, ma dico vabbè, poi tanto "I nonni questo weekend tornano a trovarci, se vuoi poi puoi tornare a Salerno con loro e andartene a casa in treno", dice, è lunedì, okay. Ma non ho alcun soldo per tornare e lei fa la finta tonta. Mi dice "Hai cinquanta euro", la fulmino. Non erano questi gli accordi.
Io odio le spiagge, bisogna precisare.
Una settimana lì è snervante, me ne sto in terrazzo, guardo i fiori. Mia zia isterica non manca di farmi pesare la cosa e di ricordarmi quanto non stia sfruttando la vacanza offerta dal nonno, la cosa mi passa attraverso, non ho alcuna intenzione di farmi ricattare dai signori S., la fottuta vacanza che ogni anno è la trappola di mia madre e sua sorella, qualcosa da rinfacciare a vita. Pazzi, pazze.
Arriva il weekend, tornano i signori.
Io detesto mia nonna, c'è da precisare.
Lei, notando che non mi presento in spiaggia, comincia a ripetermi alterata quello che mia zia mi urla da una settimana per quanto riguarda la vacanza.
Per più di dieci ore va avanti con le sue lamentele, accompagnata da mio nonno, il quale ne è succube.
Mia madre se ne sta zitta tutto il tempo. Oppure mi viene vicino e mi offre i soldi di mia nonna chiedendomi, in cambio, di restare. "Nonna, vero che se resta le dai cinquanta euro?" Sono allucinata, le dico che è fuori di testa.
Finisce che gli sbatto la porta in faccia e mi chiudo in camera mentre mi danno dell'ingrata maleducata. Okay. Io me ne voglio andare e desidero solo un passaggio in auto per Salerno, mi basta.
Mia nonna però non smette di lamentarsi e urlarmi nipote snaturata, figlia snaturata violenta ingrata stronza cattiva.
Gli urlo un bel vaffanculo e me ne vado. Mia madre se ne sta zitta ancora. Dice che bisogna fare così, tanto la nonna ormai è impazzita, ma io non ho ugualmente alcuna voglia di ascoltarla e di doverle qualcosa. Ma c'è anche da dire che i miei genitorni sono separati e mia madre non paga gli alimenti. Devo per forza chiederle qualcosa. E mia madre, c'è da dire, parassita sulle spalle di sua madre da quando è nato mio fratello Cristian. E' una catena maledetta.
Me ne vado in spiaggia al tramonto, urlando. Mia madre prova a telefonarmi un paio di volte, non le rispondo.
Mi ripresento quando è ormai buio ancora intenzionata a tornarmene a Salerno, ma quando arrivo lei si sta fumando una sigaretta sul terrazzo e mi dice candidacandida "I nonni sono andati via, io ho provato a chiamarti ma..."
Stuck again.
Dò di matto. Lei continua a fare la finta tonta.
Vado in spiaggia ad urlare, provo a chiamare mio padre, non prende neanche il telefono, avevo fatto progetti che vanno in fumo, tutti i concerti a cui devo andare e per cui ho preso i biglietti sono irraggiungibili, sono bloccata insieme a due pazze in un paese senza abitanti, l'idea della vacanza con il mio ragazzo è sfumata, mia madre si comporta così da sedici anni. Diciotto, ora.
Un uomo sulla spiaggia sente le mie urla e si avvicina, mi dice che ha due figlie adolescenti e mi chiede cosa sia successo, gli dico che sono bloccata in quel fottuto paese e lui mi fa presente che c'è un traghetto che porta a Salerno, se ne ho bisogno, la mattina alle dieci. Ringrazio e faccio finta di calmarmi, in modo che mi lasci sola. Torno a casa come una furia e le dico che me ne vado, lei mi dice vai, lei sa che non ho i soldi necessari, se ne sta in terrazzo, le urlo che avrebbe dovuto abortire se sapeva che una figlia non l'avrebbe saputa crescere, che è falsa, che è una puttana, che non mi ha mai dimostrato un minimo di affetto, che quando avevo avuto bisogno di lei mi aveva lasciata a mio padre ed era andata a fottersi lo stronzo di turno e tenta di bloccarmi solo perché si sente sola, che deve morire, sparire. Vado fuori di testa, lei se ne sta zitta, oppure mi chiede con sarcasmo se ho bisogno che mi vada a comprare del Valium, qui c'è bisogno di un po' di Valium, eh, io ti ammazzo, i vicini sentono le urla e bussano alla porta, la minaccio con le sedie della cucina, continua ad essere impassibile, poi non mi ricordo più.
Passo una settimana a letto senza mangiare senza parlare senza muovermi con lei che fa finta di nulla o di non vedermi ascolto la radio lascio il mio ragazzo per telefono voglio morire dormo mi deprimo.
Non le parlo per tutta la restante settimana.
Non le parlo per i mesi seguenti, dopo che sono tornata a casa.
Poi lei, con la sua nonchalance, riesce a riavermi di nuovo. E' snervante, ottiene tutto ciò che vuole con la sua tecnica.
Ultimamente mi telefona per chiedermi quando mi va di andare da lei che ci sono i saldi che mi regala un tatuaggio che andiamo dal parrucchiere ma intanto siamo in rosso in banca io e mio padre e lei pacca le rate del computer che mi ha regalato per il compleanno.
Ancora non ho capito se la odio o no.
Fino all'anno scorso piangevo quando tornavo a casa dopo aver passato quelle due settimane all'anno con lei.

giovedì 24 marzo 2011

Mai stata così sicura di voler morire.

mercoledì 23 marzo 2011

Le magliette dell'altro.

La gente innamorata si impara le magliette dell'altro. Così quando si esce ci si dice: Mettiti quella verde, Ma come, non ci sta meglio la blu? No, no, è più bella la verde.
Al telefono.

lunedì 21 marzo 2011

Mi sono coperta dal sole in modo che non mi colorasse, vorrei esserci quando ti farà rinascere le lentiggini.

Stamattina, nel vuoto, sono andata al Parco della Resistenza a guardare le Folaghe.
Ce n'era una sola.
La perfezione inetta e desolata, con le sue scarpe di tartaruga e le tartarughe che le dormivano al sole, intorno.
Sono andata al parco a guardare Zampedifoglia.
Mi sono coperta dal sole in modo che non mi colorasse,
vorrei esserci quando ti farà rinascere le lentiggini.
Oggi non ci sono nuvole, non c'è vento, non c'è freddo, è tutto stupendo, davvero.
Vorrei esserci quando morirò.
Oggi non devo studiare, non devo organizzare nulla, non devo vestirmi, è tutto stupendo, davvero.
Vorrei esserci per quando amerài qualcuno.
Oggi non c'è gente antipatica, non c'è scuola, non devo rapportarmi per forza on le persone, è tutto stupendo, davvero.
Non ci sono non ci sono non ci sono non ci sono.

giovedì 17 marzo 2011

Stanotte ho sognato questo sogno che credo sia stato quello più angosciante che mi sia mai capitato di sognare.
All'inizio sono sul pianerottolo al terzo piano della mia scuola, mi chiama mia madre e le vomito addosso tutte le cose più brutte che penso di lei, tutto il mio disprezzo, e le elenco tutti i comportamenti esasperanti che non ha mai avuto intenzione di modificare anche se sa che li detesto. Ho una tale rabbia addosso che lei mi chiude il telefono in faccia. Non l'ha mai fatto. Non ho nemmeno mai pensato più di tanto a questi suoi comportamenti, li accetto, alla fine lei non mi avrebbe fatta nascere, è normale che non sappia crescermi. Ma dentro il sogno la odio con tutta me stessa.
Nello stesso istante, attraverso la porta di vetro che dà sul corridoio, vedo una ragazza alta e mora, con un bicchiere di plastica in mano e una bustina di Oki, che digita un numero sul cellulare e telefona ad una donna. Sento la voce di questa donna come se ci stessi parlando io: la riempie di cattiverie e le dice che non vale nulla e che di lei non le interessa, fino a che la ragazza non chiude la conversazione senza dire una parola.
Dopodichè, anzichè versare l'Oki nel bicchiere, con la disperazione negli occhi tira fuori una siringa, preleva il contenuto della bustina mischiandolo con un po' di un altro liquido che non riesco ad identificare e se lo inietta in vena, nel collo. Dopo aver firmato un foglio che tiene in mano.
Io osservo la scena dall'altra parte della porta, ma vado verso di lei solo al termine di questa operazione, aspettandomi che sarebbe caduta a terra senza vita in pochi secondi. Così non succede, ma appena mi avvicino -non so in che modo- ci fondiamo nella stessa persona.
Mi sono appena fatta un endovena d'Oki e non so se morirò a breve o no.
Esco dalla scuola e mi ritrovo ad una festa in un posto che non ho mai visto ma che più o meno conosco. Entro nella stanza più tranquilla, incrocio Riccardo con il suo giubbotto rosso e lo evito senza guardarlo in faccia, praticamente lo scavalco. Lui mi segue, mi ferma e mi chiede perchè lo faccio. Iniziamo a discutere ricordandoci a vicenda quanto l'altro sia stronzo, io sono totalmente sconvolta dal fatto che lui sia convinto di essere anche solo un minimo dalla parte della ragione in questa storia. Dopo poco abbandono il discorso, gli dico che sono troppo fatta per continuare a parlarne, mi chiede cosa mi sia presa ma non riesco a pronunciare frasi intere senza balbettare, gli scrivo su un pezzo di carta che mi sono fatta una pera. Lui mi snobba, sta facendo su, gli chiedo se mi lascia una canna, mi guarda un po' storto, passa B. e mi dice che me ne lascia lui una. Riccardo si siede al tavolo che è nella stanza. Io accendo la mia canna. Mi perdo in altri pensieri per un po'. Poi mi giro e vedo che, seduta sulle sue ginocchia, c'è una ragazza. Gli chiedo chi sia questa troia e mi risponde N., che è seduto vicino a lui, dice che è solo la sorella piccola di un amico. Arrivano A. e S. e io prendo Richi per le braccia e comincio a chiedergli perché non possiamo stare bene come loro, alzo la voce, lui mi allontana con la punta delle dita all'altezza delle clavicole, mi spinge con entrambe le mani, arriva Thias, allontana lui allo stesso modo e gli dice che certi comportamenti può usarli con sua sorella, se proprio desidera.
Mi sveglio di soprassalto.
Mai stata così felice di scoprire che un sogno era un sogno.

La cosa che mi angoscia sono le due telefonate, la mia e quella della ragazza, in cui io esprimo il mio disprezzo e lei riceve insulti. E poi il nostro fonderci insieme.
Come me lo spiego questo?
(il sogno era ambientato nella serata di ieri, in cui io ero andata a dormire indecisa sul se prendere un Oki o meno e con la scimmia. eheh.)

mercoledì 16 marzo 2011

Ieri sera Thias mi accarezzava una guancia mentre eravamo seduti sul divano e mi sono addormentata con la testa nella sua mano come i cuccioli di animali.

domenica 13 marzo 2011

Caterina Marrone.

Ho ritrovato questo. Che è un piccolo capolavoro del nostro amico Aldo.


Caterina e io ci siamo conosciuti nel 1985.

Eh, io ero seduto sulle gradinate della palestra del Liceo Cairoli quando per la prima volta mi accorsi quanto fosse bello che una della prima D non facesse ginnastica, e respirasse lì vicino a me.

Eh, mi accorsi che faceva un odore che mi sembrava di fiori visti tutti assieme, come certi campi di margherite grosse che ci sono vicino ai finanzieri di Clivio.
Eh, avevo bisogno di parlare con quella fonte di sensazione di prati che mi faceva sentire un po' scemo e come inclinato, completamente, verso di lei.

Le dissi così all'improvviso uno sproposito su Saba e lei replicò dicendo che Saba considerava sua moglie una gallina.
Io le risposi "No, a una capra dal naso semita" (non era vero, Saba assomigliava sua moglie a diversi animali da cortile tra cui esclusa la capra semita, che era in un'altra poesia). Così continuavamo a parlare di Saba.

Eh, mentre parlavo mi sentivo un aereoplano, come un pilota ubriaco d'aereo che guarda giù le case e la città ma non guarda davanti in quanto sennò si abbaglia e sbatte contro al sole.
Eh, la faccia di Caterina mi sembrava un sole con il mascara, era come se avevo bevuto trenta caffè, le mie vene erano treni pieni di dolci che sbandavano soddisfatti. Erano bambini.

Eh, dopo due giorni l'ho rivista e le ho parlato e mi sono accorto che le stavo parlando ininterrottamente da due giorni.
Eh, mi rallegravo di cose che avevo ritenuto sempre normali, a cui non avevo mai fatto caso.
Ero felice che Caterina avesse le gambe per esempio.
Vedevo sempre la gente che aveva le gambe, da diciannove anni non ci facevo caso, ora ne ero così felice che camminavo toccando le vetrine dei negozi contento di sentire il vetro e mi piacevano anche i semafori, come se erano diventati completamente magici.

Eh, una volta mi ha scritto con un pennarello rosso il suo numero di telefono sull'agenda.
Era il numero più grande che avevo, occupava due pagine di ottobre.
Era anche il più rosso e strabordava dal foglio.
Dopo quindici giorni circa le telefonai per sentire qualcosa dei Doors insieme a lei.
Le abbiamo sentite.
Poi siamo andati a mangiare la pizza in un posto assurdo di Viggiù alle nove.

Eh, la sera pensavo ai suoi capelli fatti di sole, mi sembrava banale paragonare i capelli biondi di una donna al sole, allora pensai di accostare i capelli di Caterina alla corriera che collega Viggiù a Varese ma non c'entra niente, e così sempre paragonando mi sono addormentato, e mentre dormivo respiravo moltissimo, ero addormentato ma perfettamente consapevole che stavo respirando ogni cosa che fosse respirabile e non solo, respiravo anche le ombre delle persone che avevo visto passare, respiravo i negozi che aprono alle due e mezza di pomeriggio e quelli che tengono chiuso fino alle sedici, respiravo i treni che si muovono in tutto il mondo sabato.

Il giorno dopo sono andato a scuola e mi sembrava di vedere Caterina dappertutto, ogni persona si trasformava in lei e mi veniva voglia di chiamarla.
Poi mi accorgevo che era un giardiniere che non conoscevo (Per fare un esempio. A volte era l'autista del pullman di Viggiù)...

Eh, ogni volta che la vedevo faceva meno freddo in tutta Varese.
Ogni volta che la vedevo c'era un esagerazione di cose dappertutto, sembrava che stesse nascendo un altro pianeta lì, tra i banchi della mia classe, e da quella ne nascesse un'altra, come in un gioco di scatole cinesi, così l’ho baciata e

Una volta io e Caterina abbiamo comperato del prosciutto cotto a fette molto grosse in un negozio di corso Matteotti che si chiama "Vallanzasca", due etti di prosciutto cotto.
Lo abbiamo scartato e mangiato con le mani. Come dei maiali che hanno fame, lo abbiamo mangiato, mentre camminavamo su e giù per il corso...
Eh, ridevamo fortissimo.
Passando, un bambino ci indicò alla madre.
Puntò verso di noi il dito e disse "Mamma guarda i drogati"...

Quella sera, mi ricordai che da piccolo avevo guardato un documentario sulla droga. Alcune persone sedute attorno a un falò si dilatavano, diventavano grandissime, diventavano piccine, cambiavano continuamente.
Da quella volta decisi che sarei sempre stato drogato, e la droga non era altro che la mia capacità di vedere tutto sotto ogni possibile aspetto, aspettavo al varco le cose e le vedevo diventare altro, incessantemente diventavano altro e le volevo.
Caterina era una droga che si indossava dei vestiti indiani.

Caterina, inoltre, si metteva tantissimo rossetto rosa e mi piaceva sentirlo dappertutto, aveva un buon sapore, tanto che una sera in cui ero, in stato di coma superficiale, ricoverato all'ospedale di Varese, mi venne in mente di alzarmi perchè sentii quell'odore di rossetto buono, non avevo più voglia di essere morto, mi è successo alle due di notte.

Allora era un tempo che abitavo a Viggiù, in una casa di cui non aprivo mai le finestre.
Mi piaceva che fosse sempre notte.
Un giorno è venuta Caterina con un disco di un gruppo americano dal nome pieno di consonanti.
Aveva un vestito indiano azzurro con disegnate le montagne e il sole trasparenti. Mise il disco di quel gruppo e ballò, il buio non aveva più senso, doveva entrare in casa il sole, aprimmo le finestre e il sole si rovesciò dentro a cucchiaiate dense, si rovesciava con una furia che non avevo mai pensato in vita mia, mi sembrava un bambino che scende velocissimo dallo scivolo a occhi chiusi dentro la mia stanza, c'era una moltitudine di raggi neonati.

Spesso comperavamo il Biancorì, che era un tipo di Ciocorì ma bianco.
Ne conservavamo l'involucro perché con quaranta confezioni si vinceva una tastiera elettronica piccola come una tessera della Sip.
Quando due persone si amano comperano sempre il Biancorì.
Andavamo a mangiarlo sotto la statua di piazza Mercato Vecchio.
Sempre di notte. Ne staccavamo dei pezzi molto grossi e poi lo mangiavamo insieme fino a che le nostre labbra non si incontravano.

Allora continuavamo.

Eh, non tutti sono vissuti a Porto Ceresio nel 1987.
Io abitavo dietro alla stazione, un po' più a destra di un distributore di benzina che c'è prima della strada che porta lì.

Ero ospite di un mio amico figlio di un medico che aveva una casa con una sala piena di dischi di musica classica.
Sotto la sala c'era un tavolo da ping-pong vecchio e un'auto che non sapevo guidare mai.
Io stavo spesso dentro la sala piena di dischi a ascoltare le macchine che passavano fuori, e le voci delle persone che attraversavano i binari per uscire dalla stazione.

Ciascuna voce vibrava come una fiamma e si spegneva sbattendo contro la cucina quando andavo a mangiare.

Quelle voci arabescavano attorno all'insegna del distributore di benzina, ne vedevo un pezzo fuori dalla finestra ogni volta che prima di mangiare mi sporgevo a guardare la sera a Porto Ceresio.

Ognuna di quelle voci nell'intreccio restava quella, appena sembrava che si confondesse completamente alle altre tornava.

Poteva essere la coda di un saluto o la bestemmia di un barista vicino al lago. Spesso, fuori di quella casa nevicava.
Anche se nevica non è mai come prima che nasci. Prima di nascere, tutte le voci sono la periferia di una voce soltanto. Sono confusione del nulla che finisce.

Lì a Porto Ceresio ero nato da vent'anni appena.
Lo stesso mi sembrava esagerato.
Eh, tutto continuava a diventare diverso.
Esempio: gli orari, alle nove ti metti lì a mangiare, poi sono le dieci, è una cosa diversa dalle nove.
Più o meno, le dieci di tutti i giorni si assomigliano. Ma i giorni vanno via, come i pezzi di una collana che si rompe per terra finiscono dappertutto, era in fondo solo una catena di idee, giorni che ritrovi dopo molto tempo dietro al calorifero per esempio. Tuttociò, memoria.

Per cambiare l'ordine delle cose la gente si tira addosso scoiattoli surgelati, abbraccia una causa o va a Santo Domingo per aprire una pizzeria.

Nel 1987 anch'io avevo questi problemi con i giorni che vanno.
Per cercare di risolverli ho provato a prendere degli psicofarmaci con l'alcool, Prazene e Ludiomil dentro la birra o il Valium o anche le Roipnol con il vino ma era peggio, per un po' le ore sembravano un pugno di spilli che cade alla rinfusa giù nella tromba delle scale, non capivo che nesso c'era, l'universo si prendeva un pomeriggio intero di vacanza.
Ma alla sera, uscivo a prendere le michette e non ero capace di prendere il portafogli, non riuscivo a pagare, non pagavo, non uscivo a prendere le michette, rimandavo tutto al giorno dopo e al giorno dopo ancora, il giorno dopo era fatto di due giorni messi assieme, quello dopo ancora di quattro e così in sequenza esponenziale.
Inoltre mi faceva male la testa e avevo sonno.

Questa disperazione inizia da bambini, ti dicono che dopo capisci tutto ma prima che arrivi dopo sei sposato da quindici anni con i figli e non hai ancora capito nulla, se vuoi uscire da lì nessuno ti restituisce i soldi del biglietto della vita devi continuare a stare lì.
Il treno 10726 il nove febbraio 1987 arrivava a Varese alle 18 e 05, sul binario 3.
Dopo che ho fatto il biglietto sono andato con Caterina a comperare le sigarette.
Mancavano circa dieci minuti alla partenza e così mi indispettivo a fare la coda.
Davanti a me c'era un signore sulla sessantina, un tipo bizzarro che ogni tanto si vede passare per Viale Borri, che voleva acquistare una scatola di "spadatrappe".
"Spadatrappa", in non so quale dialetto del Sud, significa cerotto (quasi come in francese).

Da bambino mi riempivo di cerotti perchè anche se non avevo nulla era piacevole, mi facevo coccolare per le ferite immaginarie da mia mamma.

Eh, era come una ferita o un fiume che esce improvviso dall'aria quella che mi travolgeva a causa del fatto che Caterina era insieme con me a fare la coda per comperare le Marlboro lunghe.

A volte sognavo di dormire nelle sue ossa, immaginavo di essere una barchetta che viaggia nel suo sangue, che va dentro il suo cuore.

Quando toccò a noi prendere le sigarette le presi. Un pacchetto di MS e un pacchetto di Marlboro lunghe.

C'era un silenzio per dire che ogni spazio giunto a separare le parole era un modo per esprimere amore. Volevo fosse, quel silenzio giunto a separare le parole in modo che ciascuno spazio esprimesse amore, semplicemente
infinito.

E' che tutti parlavano ma non li sentivo parlare, e c'era il rumore di un treno merci in fondo, davanti alla casa dello psicanalista.

Era che tutto era Caterina, e i continenti saltavano giù dal segnale orario sopra la sala d'aspetto di seconda classe, ticchettavano lì attorno come incubi, erano le sei e tra poco sarebbe arrivato il treno.

Volevo essere una supposta di Caterina, volevo essere i vestiti di Caterina, volevo essere la collana con il ciondolo della pace di Caterina, volevo essere la colonna vertebrale di Caterina, non volevo prendere il treno.
"Caterina -le dissi- e vero che tu non morirai mai?"
Le parlavo, ma non era vero. Vagavo nei suoi occhi e c'era vento.
"Qualcosa di noi è sempre esistito -sussurrò- e esisterà per sempre". Ci siamo baciati, Caterina e io.

Allora è successa quella cosa. Una tenaglia di anni luce sgusciò attorno a quella sera, in una morsa profondamente bianca, profondamente nera capii di nascere, nacqui. Nuotando nell'acqua degli occhi di Caterina. Vedevo la pianura padana e l'Everest e le partite di calcio e le battaglie di triremi degli antichi. I dinosauri e le torte della signora Collura. Vedevo i rododendri spostati dal vento farsi come una sciarpa che mi avvolgeva calda, ogni cosa era fatta di acqua, nuotavo negli occhi di Caterina come un campione olimpionico, come un dio sconosciuto, come una rana, vedevo il mondo che cresceva dentro di me. Era confusione del nulla che finisce.
Io ho dormito sei mesi col naso tra le scapole di un'altra persona, non è che posso riprendermi più di tanto in fretta.
Quando sono molto fatta di qualcosa mi vengono in mente certi particolari nitidissimi sulle cose della mia infanzia. Come l'orso di pezza di colori inabbinabili che sostituiva per me mia madre e si chiamava Paola. Un giorno il cane lo morse in piena faccia e da quel momento cominciò a somigliare a mio nonno paterno. Un trauma.
Dovrebbero togliermi le sigarette di un'intera vita per come tengo la mia camera.
In comunità quando sgarri ti tolgono le sigarette una a una per ogni cazzata che fai.
Vivere è tutto un lavarsi e uno sporcarsi. Cioè, è tutto uno sporcarsi, poi tu decidi di cosa, a volte non lo decidi proprio tu, poi ti lavi, che vuol dire che ti sporchi d'acqua, vorrei avere qualcosa da prendermi per farmi venire in mente storie interessanti di quando ero ancora intelligente, ovvero sotto gli undici anni, e scriverle, ma sono senza soldi. L'unica cosa stimolante qui è Chet Baker.
C'è solo una roba di cui vorrei parlare e per dignità personale non posso farlo quindi ho deciso che non dirò niente finchè non troverò qualcosa di più bello e meno pieno di spine.

lunedì 7 marzo 2011

Lo rivoglio indietro lo rivoglio indietro lo rivoglio indietro lo rivoglio indietro.
Voglio che mi ami voglio che mi ami voglio che mi ami voglio che mi ami.

Messaggi.

I miei si scrivono le robe sullo specchio del bagno da un sacco di anni. Oppure i post-it. La mattina c'è sempre la moka piccola già riempita e sotto il tappo c'è infilato un biglietto giallo con scritto "E' pronta!". Oppure sulla carta igienica. Papiri, con la penna liquida.
Sullo specchio, i messaggi all'inizio si concludevano con "Ti amo!", poi ad un certo punto mia mamma era incinta e allora c'era scritto "Ti/Vi amo!" e quando è nato Carlo è diventato "Vi amo!". Quando ai miei amici capita di entrare nel bagno di là escono e dicono sempre Che carini.
Ma si lanciano anche certe frecciatine... Un giorno ci ho trovato un sacco di scritte che tentavano sottilmente di ricordare a mio padre di non buttare troppa carta nel cesso e di tirare sempre lo scarico. Il giorno dopo lui aveva risposto con tutta una serie di striscette di scotch di carta con scritto: "Dài, puoi farcela!" "Ci sei quasi!" "Ce la puoi fare!" E alla fine, attaccato sotto la finestra: "Ce l'hai fatta! Ti sei ricordata che.... Ti amo!!!".
Che carini. Che storia, si amano.

giovedì 3 marzo 2011

Sto troppo male.
Ciao mi ricordi me, io mi ricordo lui e vorrei sparire ciao ho sempre fame adesso. Ne manca sempre un po'. Persone brutte che trasformano persone carine.
Per spiegare quanto certe cose siano rovinate si fanno similitudini riguardanti cose larghissime paragonate al collo delle bottighie del the. Tutti se lo chiedono perché abbia quella forma che sembra fatta apposta per sbatterti sul naso. Sembra un errore, invece è schiuma. Lo fanno per la schiuma. Quando il the viene versato in una bottiglia col collo stretto fa troppa schiuma.
Quando tutto va male guarda una puntata di Skins che a loro di certo va peggio.
Noi non ci siam mai voluti bene, non siam mai sembrati coltello e forchetta.
C'è un video di Amon Tobin dove all'inizio lei parla al telefono e ha degli occhi speciali.
Non ci vuole mai bene qualcuno, oh, se non stai con qualcuno è perché non ti piace abbastanza, c'è poco da girarci intorno. Oppure perché qualcun altro ti piace di più, o ti piace ancora. Alla fine del video c'è un fiore bianco e poi i titoli di coda. Io vorrei essere i titoli di coda perché non ne posso più di essere il fiore. Almeno però lei sorride.
Ho un quaderno dove non scrivo niente.
Quando arrivi tu... non sento niente.
Quando parlo, non sento niente.
Quando ascolto la musica, non sento niente.
Quando piango, non sento niente.