domenica 13 marzo 2011

Caterina Marrone.

Ho ritrovato questo. Che è un piccolo capolavoro del nostro amico Aldo.


Caterina e io ci siamo conosciuti nel 1985.

Eh, io ero seduto sulle gradinate della palestra del Liceo Cairoli quando per la prima volta mi accorsi quanto fosse bello che una della prima D non facesse ginnastica, e respirasse lì vicino a me.

Eh, mi accorsi che faceva un odore che mi sembrava di fiori visti tutti assieme, come certi campi di margherite grosse che ci sono vicino ai finanzieri di Clivio.
Eh, avevo bisogno di parlare con quella fonte di sensazione di prati che mi faceva sentire un po' scemo e come inclinato, completamente, verso di lei.

Le dissi così all'improvviso uno sproposito su Saba e lei replicò dicendo che Saba considerava sua moglie una gallina.
Io le risposi "No, a una capra dal naso semita" (non era vero, Saba assomigliava sua moglie a diversi animali da cortile tra cui esclusa la capra semita, che era in un'altra poesia). Così continuavamo a parlare di Saba.

Eh, mentre parlavo mi sentivo un aereoplano, come un pilota ubriaco d'aereo che guarda giù le case e la città ma non guarda davanti in quanto sennò si abbaglia e sbatte contro al sole.
Eh, la faccia di Caterina mi sembrava un sole con il mascara, era come se avevo bevuto trenta caffè, le mie vene erano treni pieni di dolci che sbandavano soddisfatti. Erano bambini.

Eh, dopo due giorni l'ho rivista e le ho parlato e mi sono accorto che le stavo parlando ininterrottamente da due giorni.
Eh, mi rallegravo di cose che avevo ritenuto sempre normali, a cui non avevo mai fatto caso.
Ero felice che Caterina avesse le gambe per esempio.
Vedevo sempre la gente che aveva le gambe, da diciannove anni non ci facevo caso, ora ne ero così felice che camminavo toccando le vetrine dei negozi contento di sentire il vetro e mi piacevano anche i semafori, come se erano diventati completamente magici.

Eh, una volta mi ha scritto con un pennarello rosso il suo numero di telefono sull'agenda.
Era il numero più grande che avevo, occupava due pagine di ottobre.
Era anche il più rosso e strabordava dal foglio.
Dopo quindici giorni circa le telefonai per sentire qualcosa dei Doors insieme a lei.
Le abbiamo sentite.
Poi siamo andati a mangiare la pizza in un posto assurdo di Viggiù alle nove.

Eh, la sera pensavo ai suoi capelli fatti di sole, mi sembrava banale paragonare i capelli biondi di una donna al sole, allora pensai di accostare i capelli di Caterina alla corriera che collega Viggiù a Varese ma non c'entra niente, e così sempre paragonando mi sono addormentato, e mentre dormivo respiravo moltissimo, ero addormentato ma perfettamente consapevole che stavo respirando ogni cosa che fosse respirabile e non solo, respiravo anche le ombre delle persone che avevo visto passare, respiravo i negozi che aprono alle due e mezza di pomeriggio e quelli che tengono chiuso fino alle sedici, respiravo i treni che si muovono in tutto il mondo sabato.

Il giorno dopo sono andato a scuola e mi sembrava di vedere Caterina dappertutto, ogni persona si trasformava in lei e mi veniva voglia di chiamarla.
Poi mi accorgevo che era un giardiniere che non conoscevo (Per fare un esempio. A volte era l'autista del pullman di Viggiù)...

Eh, ogni volta che la vedevo faceva meno freddo in tutta Varese.
Ogni volta che la vedevo c'era un esagerazione di cose dappertutto, sembrava che stesse nascendo un altro pianeta lì, tra i banchi della mia classe, e da quella ne nascesse un'altra, come in un gioco di scatole cinesi, così l’ho baciata e

Una volta io e Caterina abbiamo comperato del prosciutto cotto a fette molto grosse in un negozio di corso Matteotti che si chiama "Vallanzasca", due etti di prosciutto cotto.
Lo abbiamo scartato e mangiato con le mani. Come dei maiali che hanno fame, lo abbiamo mangiato, mentre camminavamo su e giù per il corso...
Eh, ridevamo fortissimo.
Passando, un bambino ci indicò alla madre.
Puntò verso di noi il dito e disse "Mamma guarda i drogati"...

Quella sera, mi ricordai che da piccolo avevo guardato un documentario sulla droga. Alcune persone sedute attorno a un falò si dilatavano, diventavano grandissime, diventavano piccine, cambiavano continuamente.
Da quella volta decisi che sarei sempre stato drogato, e la droga non era altro che la mia capacità di vedere tutto sotto ogni possibile aspetto, aspettavo al varco le cose e le vedevo diventare altro, incessantemente diventavano altro e le volevo.
Caterina era una droga che si indossava dei vestiti indiani.

Caterina, inoltre, si metteva tantissimo rossetto rosa e mi piaceva sentirlo dappertutto, aveva un buon sapore, tanto che una sera in cui ero, in stato di coma superficiale, ricoverato all'ospedale di Varese, mi venne in mente di alzarmi perchè sentii quell'odore di rossetto buono, non avevo più voglia di essere morto, mi è successo alle due di notte.

Allora era un tempo che abitavo a Viggiù, in una casa di cui non aprivo mai le finestre.
Mi piaceva che fosse sempre notte.
Un giorno è venuta Caterina con un disco di un gruppo americano dal nome pieno di consonanti.
Aveva un vestito indiano azzurro con disegnate le montagne e il sole trasparenti. Mise il disco di quel gruppo e ballò, il buio non aveva più senso, doveva entrare in casa il sole, aprimmo le finestre e il sole si rovesciò dentro a cucchiaiate dense, si rovesciava con una furia che non avevo mai pensato in vita mia, mi sembrava un bambino che scende velocissimo dallo scivolo a occhi chiusi dentro la mia stanza, c'era una moltitudine di raggi neonati.

Spesso comperavamo il Biancorì, che era un tipo di Ciocorì ma bianco.
Ne conservavamo l'involucro perché con quaranta confezioni si vinceva una tastiera elettronica piccola come una tessera della Sip.
Quando due persone si amano comperano sempre il Biancorì.
Andavamo a mangiarlo sotto la statua di piazza Mercato Vecchio.
Sempre di notte. Ne staccavamo dei pezzi molto grossi e poi lo mangiavamo insieme fino a che le nostre labbra non si incontravano.

Allora continuavamo.

Eh, non tutti sono vissuti a Porto Ceresio nel 1987.
Io abitavo dietro alla stazione, un po' più a destra di un distributore di benzina che c'è prima della strada che porta lì.

Ero ospite di un mio amico figlio di un medico che aveva una casa con una sala piena di dischi di musica classica.
Sotto la sala c'era un tavolo da ping-pong vecchio e un'auto che non sapevo guidare mai.
Io stavo spesso dentro la sala piena di dischi a ascoltare le macchine che passavano fuori, e le voci delle persone che attraversavano i binari per uscire dalla stazione.

Ciascuna voce vibrava come una fiamma e si spegneva sbattendo contro la cucina quando andavo a mangiare.

Quelle voci arabescavano attorno all'insegna del distributore di benzina, ne vedevo un pezzo fuori dalla finestra ogni volta che prima di mangiare mi sporgevo a guardare la sera a Porto Ceresio.

Ognuna di quelle voci nell'intreccio restava quella, appena sembrava che si confondesse completamente alle altre tornava.

Poteva essere la coda di un saluto o la bestemmia di un barista vicino al lago. Spesso, fuori di quella casa nevicava.
Anche se nevica non è mai come prima che nasci. Prima di nascere, tutte le voci sono la periferia di una voce soltanto. Sono confusione del nulla che finisce.

Lì a Porto Ceresio ero nato da vent'anni appena.
Lo stesso mi sembrava esagerato.
Eh, tutto continuava a diventare diverso.
Esempio: gli orari, alle nove ti metti lì a mangiare, poi sono le dieci, è una cosa diversa dalle nove.
Più o meno, le dieci di tutti i giorni si assomigliano. Ma i giorni vanno via, come i pezzi di una collana che si rompe per terra finiscono dappertutto, era in fondo solo una catena di idee, giorni che ritrovi dopo molto tempo dietro al calorifero per esempio. Tuttociò, memoria.

Per cambiare l'ordine delle cose la gente si tira addosso scoiattoli surgelati, abbraccia una causa o va a Santo Domingo per aprire una pizzeria.

Nel 1987 anch'io avevo questi problemi con i giorni che vanno.
Per cercare di risolverli ho provato a prendere degli psicofarmaci con l'alcool, Prazene e Ludiomil dentro la birra o il Valium o anche le Roipnol con il vino ma era peggio, per un po' le ore sembravano un pugno di spilli che cade alla rinfusa giù nella tromba delle scale, non capivo che nesso c'era, l'universo si prendeva un pomeriggio intero di vacanza.
Ma alla sera, uscivo a prendere le michette e non ero capace di prendere il portafogli, non riuscivo a pagare, non pagavo, non uscivo a prendere le michette, rimandavo tutto al giorno dopo e al giorno dopo ancora, il giorno dopo era fatto di due giorni messi assieme, quello dopo ancora di quattro e così in sequenza esponenziale.
Inoltre mi faceva male la testa e avevo sonno.

Questa disperazione inizia da bambini, ti dicono che dopo capisci tutto ma prima che arrivi dopo sei sposato da quindici anni con i figli e non hai ancora capito nulla, se vuoi uscire da lì nessuno ti restituisce i soldi del biglietto della vita devi continuare a stare lì.
Il treno 10726 il nove febbraio 1987 arrivava a Varese alle 18 e 05, sul binario 3.
Dopo che ho fatto il biglietto sono andato con Caterina a comperare le sigarette.
Mancavano circa dieci minuti alla partenza e così mi indispettivo a fare la coda.
Davanti a me c'era un signore sulla sessantina, un tipo bizzarro che ogni tanto si vede passare per Viale Borri, che voleva acquistare una scatola di "spadatrappe".
"Spadatrappa", in non so quale dialetto del Sud, significa cerotto (quasi come in francese).

Da bambino mi riempivo di cerotti perchè anche se non avevo nulla era piacevole, mi facevo coccolare per le ferite immaginarie da mia mamma.

Eh, era come una ferita o un fiume che esce improvviso dall'aria quella che mi travolgeva a causa del fatto che Caterina era insieme con me a fare la coda per comperare le Marlboro lunghe.

A volte sognavo di dormire nelle sue ossa, immaginavo di essere una barchetta che viaggia nel suo sangue, che va dentro il suo cuore.

Quando toccò a noi prendere le sigarette le presi. Un pacchetto di MS e un pacchetto di Marlboro lunghe.

C'era un silenzio per dire che ogni spazio giunto a separare le parole era un modo per esprimere amore. Volevo fosse, quel silenzio giunto a separare le parole in modo che ciascuno spazio esprimesse amore, semplicemente
infinito.

E' che tutti parlavano ma non li sentivo parlare, e c'era il rumore di un treno merci in fondo, davanti alla casa dello psicanalista.

Era che tutto era Caterina, e i continenti saltavano giù dal segnale orario sopra la sala d'aspetto di seconda classe, ticchettavano lì attorno come incubi, erano le sei e tra poco sarebbe arrivato il treno.

Volevo essere una supposta di Caterina, volevo essere i vestiti di Caterina, volevo essere la collana con il ciondolo della pace di Caterina, volevo essere la colonna vertebrale di Caterina, non volevo prendere il treno.
"Caterina -le dissi- e vero che tu non morirai mai?"
Le parlavo, ma non era vero. Vagavo nei suoi occhi e c'era vento.
"Qualcosa di noi è sempre esistito -sussurrò- e esisterà per sempre". Ci siamo baciati, Caterina e io.

Allora è successa quella cosa. Una tenaglia di anni luce sgusciò attorno a quella sera, in una morsa profondamente bianca, profondamente nera capii di nascere, nacqui. Nuotando nell'acqua degli occhi di Caterina. Vedevo la pianura padana e l'Everest e le partite di calcio e le battaglie di triremi degli antichi. I dinosauri e le torte della signora Collura. Vedevo i rododendri spostati dal vento farsi come una sciarpa che mi avvolgeva calda, ogni cosa era fatta di acqua, nuotavo negli occhi di Caterina come un campione olimpionico, come un dio sconosciuto, come una rana, vedevo il mondo che cresceva dentro di me. Era confusione del nulla che finisce.

1 commento: