giovedì 1 settembre 2011

Uno dei posti

Per un periodo ho abitato in un posto dove eravamo otto uno meno normale dell'altro. -Ma poi cos'è la normalità? E giù filosofia a fiumi-
Quattro di questi mangiavano regolarmente riso col ketchup, io li guardavo con il mio riso in bianco davanti e non capivo bene.
Per un periodo gli piaceva anche il latte azzurro. Era in sostanza metà latte e metà colorante blu. Io li osservavo e continuavo a non capire, gli altri tre li appoggiavano. Mi faceva schifo, ero terrorizzata dal latte in tempi di Mucca Pazza. In quel periodo in quella casa mangiavo solo pasta scondita e pane da toast. Misuravo la quantità di pasta con questa bilancina con i due piatti e i pesetti piccolini. Da un grammo, cinque, dieci, venti, un chilo.
Tra le mie paure più grandi di quegli anni c'è la Mucca Pazza al primo posto, al secondo il Mar Morto. Mi avevano detto che se prendevi quella malattia diventavi circa come Benedetta Bianchi Porro durante l'ultimo mese di vita. Io rabbrividivo e piangevo tutta la notte e non volevo toccare niente che fosse stato di una mucca prima.
Del Mar Morto mi avevano detto che se l'acqua ti andava negli occhi era talmente salata che diventavi cieco. Sempre come Benedetta Bianchi Porro. Io sognavo la notte che il ragazzetto che abitava con me durante gli anni prima per farmi uno scherzo mi schizzava l'acqua di Mar Morto in faccia e io non vedevo più. Un'angoscia, ma un'angoscia.
Sette su otto in quella casa, qualunque fosse il malessere che provavano, si sparavano della fisiologica nel naso e cercavano di rifilarla anche a me. Ci ho provato un paio di volte e stavo affogando. Acqua salata in siringa su per le narici non faceva al caso mio. Io ero solo depressa.
Era la stessa casa in cui si usava il Metodo Gordon, ma questa è un'altra storia e l'ho già raccontata. Abitavamo al piano di sopra della famiglia in cui la mattina si poteva mangiare solo sei Gocciole e io aspettavo che tutti se ne andassero per ingozzarmi. (Anche di questo ho già parlato). Erano tutti pazzi e infatti adesso hanno creato un villaggio in cui abitano tutti vicini, anche con la ragazzina che si metteva sul ciglio della porta di casa durante le feste e chiedeva se agli invitati se di fare sesso con lei, a sette anni.
Nel pomeriggio, per un periodo, in quella casa truccavo tutte le ragazze. C'era un solo maschio che si faceva acconciare anche lui per non sentirsi in disparte, era il più piccolo. Le truccavo e le pettinavo con tutti i colori e le spille possibili. Un giorno presi una sgridata incredibile da parte del padre del ragazzino, timorato di Dio e terrorizzato che in quel modo lo spingessi a diventare gay.
La domenica si andava in chiesa. Anzi, praticamente in qualunque giorno in cui non si andasse a scuola si andava in chiesa. Io preferivo le sei ore di scuola e durante la messa sistemavo l'interno delle borse di chi mi permetteva di farlo. Tiravo tutto fuori, spolveravo, buttavo le cartacce e le cose inutili e rimettevo tutto dentro.
Poi al pomeriggio tutti andavano dai parenti e io restavo a casa perché non ne avevo. O comunque non meno lontani di settecento chilometri. Giocavo a dama con mia madre oppure piangevo. O piangevo tra una dama e l'altra, per tanti motivi. Uno dei quali era che avevo continui flash di possibili morti violente di mia madre. Immaginavo la possibilità che qualcuno le sparasse, la investisse, la accoltellasse, la stuprasse. Non riuscivo a togliermi dalla testa queste immagini.
La sera mentre guardavamo la TV tornavano gli altri e mi distraevo. Non potevo stare da sola con mia madre senza pensare a quando non ci sarebbe più stata. Poi quando avevo nove anni mi ha mollata con mio padre per andarsene col suo fidanzato diciottenne, contro tutte le mie catastrofiche previsioni, ma anche questa è un'altra storia. Ah, mia mamma era bellissima.
Non mi piaceva stare nella stessa stanza con uno solo dei miei genitori perché avevo paura che a causa del legame di sangue che ci univa, nel silenzio, potessero percepire in qualche modo quello che pensavo. E per il novanta percento del tempo immaginavo morti violente e stupri. Dunque non volevo mi internassero da qualche parte.
Alla fine della fiera me ne sono andata da lì e sono finita ad abitare in un posto in campagna con mio padre e un'altra serie di soggetti strani. Uno di questi, per dire, si scuciva i vestiti di dosso con una precisione maniacale durante la notte. Non rovinava nulla, semplicemente disfaceva le cuciture a mani nude e la mattina le cose erano divise in parti come se non fossero mai state assemblate.
Gli altri sette disturbati del ketchup nel riso e il latte azzurro li ho rivisti poche volte e nemmeno mi interessa di averci a che fare. Anche mia madre la vedo poco e non piango più la notte, non ho più paura che le vite finiscano. Considero vivere come giocare ad un gioco noioso in cui l'unico divertimento è provare ad inventare trucchi per farlo andare in bug e vedere cosa succede. Un po' come quando, nel Safari nei giochi per Game Boy di Pokèmon, con una combinazione di tasti riuscivi per un attimo a far impazzire la schermata e ti ritrovavi con il tuo allenatore in una valle di numeri che non erano altro che i codici relativi alle aiuole e tutto il resto e ti sembrava chissà che roba per un po'.

2 commenti:

  1. pare sia stato investato questo modo di vivere
    che si adatti perfettamente alle curve spigolose del tuo corpo
    ah

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  2. E' molto bello quello che scrivi.

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